Creatore di storie che raccontano il territorio, Andrea Sbarretti arriva al suo quinto film “Il lento inverno”, un dramma esistenziale in una Norcia appena colpita dal terremoto.

Benedetto è un cinquantasettenne che cerca di sfuggire all’avanzare impietoso del tempo, innamorandosi di una donna molto più giovane di lui. Sullo sfondo ci sono le macerie del suo casolare, che non si vedranno mai nel film, ma che egli stesso ci farà immaginare attraverso le sue parole. Il regista Sbarretti darà poco spazio alla pietàs umana, inquadrando raramente i resti delle case distrutte. Aleggia in tutto il film il dolore dovuto agli effetti devastanti del sisma, tuttavia la sua opera non vuole essere una ricostruzione (metafora fin troppo appropriata quando si parla di terremoti) dettagliata di ciò che è successo e succede nella terra nursina, quanto una sua visione profondamente umanista delle popolazioni che risiedono in questo lembo d’ Umbria, rurale ed attaccata fino alla morte, alla propria terra.
Ed è qui che entra in campo l’altro protagonista. Pier è il nipote di Benedetto, figlio di sua sorella Stefania e di Maurizio. Tutti insieme vivono nell’unica casa rimasta indenne. Pier decide di lasciare Norcia, per farsi un futuro lontano da quelle zone. Ha la possibilità di lavorare in una fabbrica di Tolentino (paese anch’esso colpito dal sisma del 2016) di proprietà di un amico di famiglia. Il ragazzo vede nella possibilità di avvicinarsi alla costa adriatica, l’unica chance per migliorare la propria condizione umana. Lasciarsi tutto alle spalle, le montagne, l’appennino, il freddo e quelle dannate lumache di cui sono allevatori. Tutte peculiarità che hanno da sempre contraddistinto la loro famiglia, quella di contadini abituati a maneggiare la terra, dalla quale traggono il loro sostentamento. Un’ esistenza difficile, faticosa, in un territorio ostile, ma in fin dei conti generoso nei confronti di chi è disposto al sacrificio. Ebbene, Pier sembra rinnegare il passato, pronto a cominciare un nuovo capitolo in terra marchigiana.
Andrea Sbarretti mai una volta ha dato l’impressione di aver perso di vista il suo film, permettendo allo spettatore di addentrarsi in questa realtà cruda, fatta di gente semplice, ma nello stesso tempo molto profonda. Il regista sfoggia paesaggi naturalistici di rara bellezza mentre infonde momenti di surrealismo, sotto forma di intermezzi quasi onirici. Immagini come quella di Castelluccio di Norcia che emerge da una coltre di nebbia, o come quella di una faggeta secolare, dove i quattro personaggi principali si recano alla ricerca di funghi, o la volpe morta, rendono il film quasi fantastico, trasformandolo in qualcosa di molto più che un racconto; Il lento inverno è la magia delle emozioni (e dei dolori) che la natura trasmette, ma che noi, non riusciamo a cogliere. Addirittura sono le lumache ad essere più intelligenti di noi umani, perché loro sanno bene che nei periodi più difficili occorre chiudersi in se stessi, per aspettare tempi migliori.

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